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Indice argomenti - Ortona nella Storia - Nobiltà tra dissidi e guerre

   09-Ago-2006  Stampa solo questa pagina  Mostra la mappa

Nobiltà tra dissidi e guerre
a cura di Nicola Serafini

La storia di Ortona è stata periodicamente caratterizzata da rivolte, battaglie, assedi ed invasioni. Spesso protagonisti, o indirettamente coinvolti in queste vicende, furono esponenti della cosiddetta « nobiltà originaria » ortonese. Periodi ben precisi coincisero con l'ascesa ed il consolidamento di casate locali, si pensi ad esempio a tutto il XV secolo e ai Riccardi.

In Ortona i rapporti tra la nobiltà ed il popolo non furono sempre idilliaci. Nel 1319 il Consiglio dei Dodici, una magistratura di uomini probi che decidevano sui dazi indipendentemente dall'Università, non risultava formato solo da nobili, ma anche da giudici e mercanti, ossia dalla borghesia e dal popolo grasso. Nel 1321 non mancavano, tra i popolani, degli audaci che proclamandosi magistros in populo tentavano di usurpare allo Stato il diritto di imporre colletto e tributi. Mentre, nel 1334 i nobili e ricchi confratelli della parrocchia di s. Maria di Ortona invece di pagare il dovuto, trattenevano arbitrariamente il denaro e costringevano le classi meno abbienti a sacrifici sproporzionati alle loro risorse, suscitando perfino lo sdegno di re Roberto d'Angiò (1).

Questi antichi dissidi portarono, evidentemente, a marcate controversie tra i ceti sociali, ma nel 1555 si giunse ad un'intesa siglata dai magnifici Giosuè Bernardi e Vincenzo de Pizzis rappresentanti dei gentil'huomini e dai providi Giovandomenico e Giovannangelo Nardone e Menicuccio Masciopento rappresentanti dei cittadini e popolani (2).

Sfogliando i libri consiliorum che vanno dal 1584 al 1616, notiamo che la ripartizione in tre ceti è sostanzialmente rispettata nella composizione del Consiglio dei Decurioni, anche se le principali cariche di sindico e mastrogiurato restano in prevalenza di appannaggio nobiliare.

Qualcosa cambia sul finire del XVII secolo, forse sulla spinta dei moti di stampo masanelliano che si erano verificati in vari centri abruzzesi: L'Aquila, Teramo, Chieti, Penne, Lanciano, Sulmona, Campli (che era unita alla diocesi ortonese) e Guardiagrele (che venne poi acquistata dai de Pizzis). Dei quaranta decurioni eletti nell'agosto del 1674 quasi la metà erano cittadini del ceto popolare -3- questo periodo da approfondire alla luce di documenti conservati negli archivi di Stato di Chieti e Lanciano, si colloca in un contesto ancora oscuro. Ma non si esclude una chiusura aristocratica, se nel 1691 il Consiglio dei Decurioni, ridotto ormai a poco più di venti componenti. risulta formato esclusivamente da nobili e borghesi, mentre il ceto popolare era stato di fatto escluso­. I favori personali minarono i rapporti tra i due ceti dominanti, che non fecero altro che lottare senza esclusione di colpi per la supremazia all'interno del consesso civico, ovvero per la nomina del Primo Sindaco. Nei 1742 si giunse ad una tregua, ma i rancori non erano del tutto cessati ed il popolo era ancora escluso dal governo cittadino -4.Questa incresciosa situazione, che di certo non giovava alla collettività, venne aggravata nel 1764 da una rivolta popolare per il pane che però accelerò i tempi, e final­mente l'anno dopo venne modificata la struttura del Decurionato che tornava ad essere diviso in tre ceti -5.

Oltre che in queste scaramucce, che preferiremmo dimenticare, alcune famiglie locali furono implicate in sommosse e guerre ben più rilevanti, altre invece ebbero un atteggiamento più opportunista.

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La più antica famiglia ortonese fu quella dei de Pizzis. Di probabile schiatta longobarda, fiorì sotto i normanni e si stabilì dal napoletano nelle nostre terre sul finire del XII secolo. Feudatari sotto gli Svevi, i de Pizzis incarnarono mirabilmente il ruolo di uomini di palazzo, cortigiani pronti a cambiare bandiera all’occorrenza. Ruggero, considerato un po' il capostipite della casa fu rettore di Ortona nel 1251. Il figlio Tommaso ed il nipote Angelo furono inseriti, il primo come ammiraglio e cortigia ed il secondo quale consigliere della corona, nell'establìshment angioino tra la fine del XIII secolo e la prima metà di quello seguente. Durante le lotte dinastiche tra Angioini ed Aragonesi i de Pizzis non sembrarono apertamente schierati, ma dopo il consolidamento di quest'ultima dinastia sul trono napoletano, conte Ciccarello II veniva definito amico degli Aragonesi, i suoi due figli, navarchi, servivano questa monarchia, e la sua famiglia ospitava, sul finire del XV secolo, persino Alfonso duca di Calabria -6 . Ma con la calata di Carlo VIII nel 1494 e con la guerra franco-spagnola, pur militando tra quest'ultimi, i de Pizzis persero i feudi. Il XVII secolo segnò la ripresa economica, e quindi sociale dalla famiglia, che vide rafforzato il suo patrimonio con la gestione quasi manageriale del barone Ludovico II. Infatti, contribuirono al costruzione dalle chiese del Carmelo (inizi XVII secolo) e del Trinità (1626), alla riapertura di quella di S. Domenico nel 1654 -7. Nel 1644 fondarono la dignità arcidiaconale all'interno del capitolo cattedrale, e tale prebenda restò alla famiglia sino alla sua estinzione -8. Acquistarono e vendettero feudi nel chietino, contrassero matrimoni importanti con gli Spinelli, i de Luna e gli Alfieri -9. Ricoprirono cariche rilevanti nell'ambito doganale e quindi nell'arredamento di vari prodotti, dalla metà del XVII secolo al seconda metà di quello seguente -10.Marchesi di San Martino dal secondo decennio del XVIII secolo, i de Pizzis si trovarono a fronteggiare l’invidia delle famiglie borghesi, partecipando attivamente alle lotte preminenziali (1671-1742) delle quali s'è fatto cenno.Questa famiglia arroccata su assurdi privilegi, non intuì in tempo che la struttura sociale s'andava modificando. I de Pizzis si estinsero nei Benedetti di L'Aquila alla fine del XVIII secolo. Un esemplare in pietra dell'arma del casato è conservato nel Museo della Cattedrale e può essere così descritto: troncato, inchiavato, pomato di quattro pezzi, caricato di quattro giochi posti in fascia, due nel capo e due in punta.

I de Letto, longobardi o normanni, penetrarono in Italia meridionale verso il 1040 al seguito di Roberto il Guiscardo, trapiantandosi in Abruzzo sul finire del XII secolo e ramificandosi in tutto il Regno. Possedettero oltre 60 feudi e non solo nella nostra regione. Ricoprirono importanti cariche nella corte angioina, ma questo non vietò loro di passare tra le file aragonesi al momento opportuno. I de Letto furono potenti feudatari in Abruzzo Citeriore, ma i rami principali presero stanza a Chieti e Sulmona. Questa casata, come molte altre della nostra regione, fu coinvolta nelle lotte tra Angioini ed Aragonesi e nella rivolta dei baroni (1484-87) -11. Il ramo ortonese, minore, proveniva da Chieti ma ebbe poca fortuna, l'unico personaggio degno di menzione è Antonio, abate benedettino di San Giovanni in Venere dal 1411 al 1443. Uomo saggio, dotto ed oculato, sfortunatamente visse nel periodo più cruento delle lotte tra Ortona e Lanciano per il possesso del porto di S. Vito. Non gli si può negare un ruolo di primo piano nella pacificazione tra i due centri frentani, poiché fu presente, nella chiesa madre ortonese il 17 febbraio 1427, alla lettura del lodo di pace redatto da San Giovanni da Capestrano -12 . Antonio fu l'unica eccezione in una famiglia tanto nobile quanto mediocre e priva di mezzi finanziari. Infatti, nella metà del XVIII secolo, oltre al palazzo che dopo pochi decenni fu costretta ad affittare, possedeva ben poco -13 . Anche i de Letto si schierarono contro le casate borghesi durante le lotte preminenziali (1671-1742). La famiglia si estinse alla fine del XVIII secolo.

Sui de Apruzzo, relativamente alla loro presenza in Ortona, non c’è molto da dire. I Longobardi conti di Aprutio, sono attestati già alla fine del IX secolo quali titolari della contea teramana, che ebbe considerevole estensione - oltre 60 feudi - ed importanza sotto i normanni. I conti persero i loro vasti possedimenti nella prima metà del XIII secolo, quando aderirono al partito guelfo -14 . I loro discendenti si stabilirono in Ortona, ma non brillarono come gli antenati, tranne il beato Tommaso, cardinale celestino vissuto sullo scorcio del XIII secolo. Gli storici però non sono concordi nell'attribuire questo importante personaggio alla famiglia de Apruzzo -15 . Si estinsero nella metà del XVII secolo, la loro arma, molto rovinata peraltro, si può ammirare nella ex cappella di San Francesco Saverio in Cattedrale.

I Riccardi, per feudi posseduti e cariche ricoperte, furono indubbiamente i nobili ortonesi più potenti e prepotenti. La storia locale dal XV secolo spesso si intreccia con le vicende di questo celebre casato di origine normanna. Il ramo ortonese dei Riccardi di Napoli iniziò la sua ascesa sul finire del XIV secolo con Francesco, fautore della grandezza della casata. Questo personaggio ricoprì molti incarichi, tra i quali: siniscalco e ciambellano, ambasciatore a Venezia, Firenze, Milano e Costanza, castellano a Napoli e governatore a Perugia. Fu barone di Pagliara e signore di una quarantina di feudi tra i quali: Pescara, Montesilvano, Ortona, Termoli, Rodi Garganico e la Valle Siciliana nel tramano -16 . I Riccardi più per motivi personali che politici furono acerrimi nemici dei lancianesi e dei veneziani, contro i quali compirono atti di brigantaggio e pirateria -17 . I dissapori con la Serenissima erano stati causati dai dissidi tra i Riccardi ed i veneziani Ramignani, per il possesso della fortezza di Pescara -18 . L'odio verso i cugini frentani invece era rafforzato dal fatto che i Ricci di Lanciano erano filoaragonesi, mentre i Riccardi erano strenui partigiani dei patrocinatori delle loro fortune, gli Angioini,ai quali rimasero sempre fedeli. Alcuni esponenti di questa famiglia si ribellarono agli Aragonesi e nella seconda metà del XV secolo furono spogliati dei feudi e costretti all'esilio, altri invece parteciparono alla congiura dei baroni (1484-87) contro Alfonso Duca di Calabria -19 . La rivolta, repressa nel sangue, indebolì la monarchia ma costrinse anche gli ultimi Riccardi all'esilio forzato. Tra la calata di Carlo VIII nel 1494 e la spedizione del generale Loutrech nel 1528, i Riccardi, sempre dietro i gigli di Francia, riuscirono più volte a tornare in possesso degli antichi feudi, coinvolgendo anche gli ortonesi nelle loro scelte non proprio assennate -20 . Ma la vittoria finale spagnola ed il seguente infeudamento di Ortona al viceré Charles de Lannoy, allontanarono definitivamente i Riccardi dalle nostre terre. La loro speranza, sempre accarezzata ma anacronistica, di costituire uno staterello feudale era tramontata per sempre. I superstiti si rifugiarono, senza fortuna, nell'Italia centro-settentrionale. I Riccardi trassero parentele importanti, citiamo i Caracciolo, gli Orsini, gli Acquaviva, i Caldora ed i Camponeschi. L'arma del casato, ricavata da un manoscritto conservato nella biblioteca perugina, era rappresentata da un cardo fogliato di cinque pezzi.

Se è vero, come farebbero supporre alcune analogie araldiche, che i de Sanctis di Ortona sono un ramo secondario dei Signori di Cerreto e Penna S. Andrea -21 ,possiamo affermare con tranquillità che questo casato era istintivamente votato alla rivolta. Infatti, un altro ramo di questi feudatari del teramano, trapiantatosi in Penne ebbe nel barone Sigismondo un protagonista delle cospirazioni del 1814, 1820 e 1837 -22 . I de Sanctis, ricchi e numerosi, diedero ad Ortona diversi giureconsulti, e furono quindi esponenti di una nobiltà, per così dire, togata. Al contrario dei Riccardi, ebbero buoni rapporti con gli Aragonesi dai quali ottennero favori, ma anche con i lancianesi ed i veneziani -23 . Margarita dì Austria spirò nel 1586 nel palazzo di messer Camillo -24 . Un Girolamo agli inizi del XVII secolo era considerato un elemento di disturbo e capeggiava i popolani ortonesi -25 . I de Sanctis favorirono, tra il XV ed il XVI secolo, l'insediamento in Ortona degli Osservanti e dei Canonici regolari lateranensi -26 finanziarono nel 1654 la riapertura del convento domenicano. Oculatamente non si immischiarono nelle diatribe preminenziali (1671-1742) che lasciarono ad altri nobili meno avveduti -27 . Anzi, alla fine del XVIII secolo il loro ascendente sulla società ortonese era ancora molto alto, intatti la spiccata personalità del barone Gaetano Armidoro, cavaliere costantiniano, emerse durante la sommossa antifrancese del febbraio 1799 -28 . Otto anni dopo, però, il nobile ortonese ospitò nel suo palazzo il re Giuseppe Bonaparte in visita in Abruzzo -29 . Ma altri esponenti dal casato furono coinvolti nella rivolta municipalista contro i francesi, ricordiamo Rinaldo figlio di Armidoro, Raffaele, Luigi municipalista pentito condannato a 3 anni di esilio, Giovanni ed Ignazio rispettivamente capitano e tenente della guardia civica -30 . Anche questa famiglia trasse parentele importanti: de Segura, Sanchez de Luna e Leognani Ferramosca. Discendono dai de Sanctis di Ortona i due valenti avvocati Giuseppe e Giovanni, che furono esponenti della carboneria liberale chietina -31 . Esistono ancora vari esemplari di stemmi de Sanctis, alcuni dei quali in Cattedrale. Questa la descrizione: un leone rampante, alla fascia attraversante caricata di tre lettere P, ovvero « Pugna Pro Patria>>.

Passiamo ai de Tinis, d’origine greca e provenienti dal vicino Molise.Un Antonio ricevette alcuni beni nel 1420 dai Durazzeschi -32 . Bisogna attendere un secolo e mezzo per trovare Marco Tullio. Piccolo feudatario, uomo dei Gonzaga prima e cortigiano di madama Margarita dopo, fu, un personaggio di spicco nell'Ortona tardo cinquecentesca -33 . Andrea e Francesco Antonio agli inizi del XVII secolo furono capitani a guerra a Molfetta ed Ortona. I de Thìnis, instancabili difensori di assurde prerogative, furono tra i protagonisti nei dissidi tra nobili e borghesi che lacerarono Ortona dal 1671 al 1742. Barricata dietro un blasone sbiadito, fu l'ultima famiglia a deporre le armi. Ma toccò proprio a Domenico sindaco e barone, uno degli ultimi esponenti di questo casato ormai decaduto, proclamare il 9 settembre 1860 l'annessione di Ortona al Regno d'Italia -34 . Un esemplare di pietra dell'arma dei de Thinis è conservato nel Museo della Cattedrale, e può essere descritto così:alla banda accompagnata da due rose, una in capo e l'altra in punta.

I Quatrari invece, discendevano da un'antica casata sulmonese che era stata, dalla prima metà del XIV secolo alla seconda metà di quello seguente, a capo della fazione cittadina avversa ai Mermi. Dei Quatrari di Sulmona ci piace ricordare l'umanista Giovanni (1336-1402), amico del Petrarca. Un ramo della famiglia si trapiantò in Ortona verso il 1446 per esercitarvi l'attività mercantile, occupazione molto diffusa tra i nobili. Non si escludono implicazioni dei Quatrari nelle lotte tra Ortona e Lanciano, se si tiene presente che i loro rivali, i Merlini esiliati a Lanciano, si erano pure imparentati con i Ricci filoaragonesi ed acerrimi nemici dei Riccardi filoangiomi -35 .I Quatrari si estinsero poco dopo la metà del XVII secolo.

Ed eccoci giunti finalmente alla famiglia Bernardi. Una tradizione ancora viva alla fine del secolo scorso, li vuole di origine lombarda, presenti in Ortona già nel XIII secolo e addirittura impegnati dalla torre del loro palazzo nella difesa della città da temibili, quanto fantastici, ladroni -36 . Di questa famiglia, certamente antica, si hanno notizie sicure dalla fine del XV secolo -37 .

I Bernardi, piccoli feudatari, furono cortigiani tanto degli aragonesi, quanto dei Lannoy che ospitarono anche, e dei Farnese. Intatti Giovanni fu l'uomo di fiducia di madama Margarita -38 . Alla fine del XVI secolo, Tommaso, vecchio militare, istruiva al maneggio delle armi i giovani ortonesi che si apprestavano alla difesa della città dai banditi. Agli inizi del secolo seguente Giovanni era capitano a guerra e capocaccia. Il loro legame con i Lannoy fu così tenace che, agli inizi del XVI secolo, un ramo del casato si trasferì a Sulmona, di cui i Lannoy erano principi. Contribuirono nel 1654 alla riapertura del convento domenicano. Vincenzo per motivi politici nel 1696 fu esiliato da Ortona per molti anni. Anche questa casata difese con ardore le posizioni aristocratiche durante le lotte preminenziali (1671-1742). Un Giuseppe, municipalista, venne accusato di aver partecipato ai tumulti antifrancesi del 1799 e condannato a 4 anni di esilio -39 . Tommaso, invece, fu ufficiale della cavalleria napoletana sotto Gioacchino Murat, e Francesco eletto capitano della guardia nazionale nel 1862 ricoprì la carica di sindaco nel 1899 -40 . Sempre più legati al teramano anche con vincoli matrimoniali, i Rernardi-Patrizii continuarono le loro battaglie, ma in Parlamento, con Luigi, deputato radicale eletto ad Atri nel 1876 e riconfermato sino agli inizi di questo secolo, epoca in cui la famiglia si trasferì a Roma. I Bernardi hanno tratto parentela con i Rivera ed i Leognani Ferramosca. Esiste nel Museo della Cattedrale un esemplare in pietra dell'arma del casato, che consiste in una sbarra doppio merlata.

Queste brevi note, affatto esaustive, lasciano tuttavia immaginare l'influenza che, malgrado i suoi limiti e difetti, ebbe la <> locale in alcune vicende della storia ortonese.

(1) R. Caggese, Roberto d'Angiò e i suoi tempi, vol. I, Firenze 1922. pp. 317, 364 e 390. L'A. cita in nota i Registri Angioini.
(2)Archivio dl Stato Chieti, Giustizia Preminenziale Per li Nobili Originari della Città dl Ortona. Contro agl'altri Decurioni del Canseglio, Roma 1713.
(3) Archivio di Stato - chieti, Regia Udienza Provinciale. cartella civ, fascio 3301, anno 1761. Il documento cita il Liber consiliorum degli anni 1650-1678, che purtroppo non è giunto sino a noi.
(4)Bonanni, Il Parlamento della Città di Ortona e i conflitti di preminenza per la nomina del Sindaco,Casalbordino 1900.
(5)N.Iubatti.Una rivolta per il pane. Lotte tra Borghesia e Nobiltà. in Ortona, nella seconda metà del '700,Teramo1985.
[6] (G. B. Pacichelli, il Regno di Napoli in prospettiva, Napoli 1703-35, par III, pp 16 e 17.
(7) Sezione di Archivio di Stato - Lanciano, Protocolli del notaio O. d'Amato, in Regesti Marciani, voi. X, presso la Biblioteca Comunale di Lanciano O. Bonanni, Il Palazzo Farnese in Ortona a Mare - Margherita d'Austria, Lanciai 1897, p. 45 n. IS.
(8) Pel Real Capitolo Cattedrale d'Ortona coll'illustre Marchesa D. Antonia de Pizzis-Benedetti, 1792. Fotocopia presso la Biblioteca Comunale di Ortona.
(9)'Sezione di Archivio di Stato - Lanciano, Protocolli dei notai V. Ratico, G.G. d'Amato, G. A. Ranalli e G.B. Ratico, del XVII secolo, In Regesti Marciani, vol. X, presso 'la Biblioteca Comunale di Lanciano.
(10)N.Iubatti - P. Di Lullo, Ortona e i traffici marittimi del XII al XVII secolo Teramo 1987, pp. 62 e 64. M. Sirago . Lo sviluppo commerciale del porto di Ortona a Mare In Abruzzo Citra nel periodo farnesiano (1582-1731), in Archivi per la Storia, N. 1, 1988, pp. 249-274. bibliografia per l'appendice.
(11) B. Candida-Gonzaga, Memorie delle Famiglie Nobili del Regno delle Due Sicilie, Napoli 1875. G. B. di Crollalanza, Dizionario storico-Blasonjco delle Famiglie Nobili e Notabili Italiane, Pisa 1686. Vedi famiglia Alitto.
(12)A. L. Antinori, Annali degli Abruzzi, Bologna 1971, vol. XIV. parte I p. 14 e parte II, op. 602608.
(13)Biblioteca Comunale -Ortona, Archivio Storico. Catasto “Onciario” della Città dl Ortona (1751), f. 280.
(14) Vedi di F.Savini, La Contea di Apruzzo e i suoi conti. Storia teramana dell'Alto Medio Evo, Roma 1905; Le Famiglie Feudali della regione teramana nel Medio Evo, Roma 1917, pp. 21-23; Le Famiglie del Teramana Notizie storiche sommario tratte dai Documenti e dalle Croniche, Roma 1927, pp. ~i 1.
(15)cfr. N. Palma, Storia della Città e Diocesi di Teramo, Teramo 1978-81, voi. V, sez. II, pp. 22-26 ad il citato Savini.
(16) A. L. Antinori, Annali, voll. XIII e XIV, ad citati CandidaGonzaga e Crollalanza. Vedi inoltre A. Cutolo, Re Ladislao d'Angiò-Durazzo, Napoli 1969, pp. 280 n. III, 372 n. 29, 398 e 408 n. 15.
(17) A. L. Antinori, Annali, voi. XV, parte lI, p. 344, vol. XVII, p. 854. N. lubatti - P. Di Lullo, op. cit., pp. 36 e 40,
(18) L. Lopez, Pescara dalla vestina Atomo al 1815, L'Aquila 1985, pp. 280-283.
(19) A. L. Antinori, Annali, voi. XV, parte lì, pp. 648 e 657, voT. xvi, parte Il, p. 523 e voi. XVII, pp. 211, 280 e afli.
(20) A tal proposito ci ha regalato una pagina suggestiva O. B. de Lectis, rutti gli scritti, a cura di D. Pacaccio, Città di Castello 1984, pp. 79-81.
(21) v, Spreti (8 coli.], Enciclopedia Storica Nobiliare Italiana, Milano 1928-36. vol. VI, p. 81.
(22) Vedi di G. De Caesaris. Figure Abruzzesi del Risorgimento Italiano. Domenico De Caesaris e i suoi congiunti, Casalbordino 1930; Pagine di storia Abruzzese. A Penne nel 1807 e nel 1808... da un Re ai briganti, Casalbordino 1933: ed infine, La rivolta di Penne del 1837, Pescara 1940.
(23)D. Romanelli, Storia di Ortona. Avezzano 1983, pp. 106, 116, 117, 157
(24)R. Lefevre, - Madama. Margarita d'Austria, Roma 1986. p. 287.
(25) Archivio di Stato - Parma, Relazioni dello Stato d'Abruzzo. Feudi e comunità farnesiane: feudi di Penne, Camplì, Ortona... (1623-28), busta 154. Trascrizione di N. Iubatti presso l'Associazione Archeologica Frentana di Ortona
(26)D. Romanelli, op. cit., i>',. 116-117 e P. G. d’Agostino o.f.m., Il Beato Lorenzo da Villamagna, Lanciano 1923.
(27) G. Bonanni, Il Palazzo Farnese, p. 44, n. 16.
(28) A. Fakone, Ortona febbraio 1799. Ricerca sulla sommossa antifrancese. Città di Castello 19B4.
(29) L. Coppa-Zuccari, L'invasione francese negli Abruzzi (1798-1810), L'Aquila-Roma 192849, vol. I, p. 808,
(30) L. Coppa-Zuccari, Notamenti dei rei dl Stato delle Provincie di Chieti e di Teramo (1801), Teramo 1962, pp. 197-198.
(31)A. De Cesare, La fine di un regno, Mi'lano 1969, pp. 936-941, 958 e 959.
(32)A. L. Antinori, Annali, vol. XIV, parre I, anno 1420.
(33) D. Pacaccio, Margarita padrona di Ortona, in Margarita d'Austria e l'Abruzzo, Sambuceto 1983, pp. 23-45.
(34) G. Bonanni, li Palazzo Farnese, p. 46 n. 19.
(35) G. Pansa, Giovanni Quatrario da Sulmona, Sulmona 1912, pp. 13-23.
(36) T. Grilli, 1 Baroni De Bernardis-Patrizii, Lanciano 1899.
(37) Libro di memorie intorno a varie materie ecclesiastche e politiche appartenenti alla città e diocesi dì Lanciano ed altri luoghi del circondano raccolte dal fu Arcivescovo dan Antonio Antenori e che si conserva nell'archivio del reve­rendIssima Capitolo della Cattedrale di detta città (Archivio Capitolare - Lancianoj. si cita un atto notarile del 1453. Trascrizione di M. Scioli.
(38) D. Pacaccio, op. cit.
(39) L. Coppa-Zuocari, Natamenti dei Rei dl Stato.
(40) E. Giannetti - N. lubatti, remi e spunti di storia sociale ad Ortona nella prima metà del Novecento. in Rivista Abruzzese di Studi Storici dal Fascismo alla Resistenza, arino il, Il. 1.1951, pp. 53-92.

 
 
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